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Un sorriso Durban’s

Dovrei andare dal dentista: il tartaro inizia a guadagnare spazio nelle intercapedini dentarie. Niente di scandaloso: non è “il ritorno dello Jeti”. Pensavo solo al fatto che ci dovrei andare per davvero, ma al tempo stesso non ne ho voglia. Capita anche nelle migliori famiglie, no?

Andare dal dentista è un po’ come andare in macelleria. Ti accorgi che ci sei entrato solo quando il tuo naso percepisce quell’odore tipico di freschezza alpina misto a fragranze di rimasuglie non meglio identificabili.

Sei nel suo studio, ti accomodi, allunghi la mano sul tavolino per scegliere una rivista a caso tra Donna Moderna, Diva e Donna, Dippiù, Eva3000 e TuttoGossip [solitamente i giornali che la moglie ha già abbondantemente spolpato e i cui cruciverba sono già perfettamente completi] e solo dopo ti accorgi che sotto queste “alte letture”, c’è ancora qualche copia superstite di Focus e Newton.

 

Ma resta una costante, anzi la Kostante con la Kappa, che accomuna tutti gli studi medici: “Famiglia Cristiana”. E’ ovunque… ma perché?
Non mi so spiegare se queste categorie professionali beneficino di un ingente sconto sul prezzo di abbonamento o se invece, a questi nobili signori del dolore, una volta superato l’esame di abilitazione, insieme al camice venga regalato un abbonamento vitalizio alla rivista suddetta.
Che poi è anche il giornale la cui copertina risulti essere la più integra. Quindi, o la casa editrice usa esclusivamente materiali pregiati oppure, quel giornale lì, non se lo fila nessuno.

 

Aspetti il tuo turno. Sei a pagina 53 di Focus, che come di consueto propone le ultimissime immagini degli anelli di Saturno in varie e molteplici sfumature di colore, le ammiri in tutto il loro splendore, gustandoti la dolce melodia del trapano in sottofondo. Per il resto tutto tace. Anche le allegre comari sessantenni che troveresti nel market sotto casa a parlare dei loro nipotini e di quanto crescano a vista d’occhio, sono lì sulle loro poltroncine cigolanti, immobili e impassibili. Nessuno si permette di aprire bocca [se non in presenza del dentista].

 

Come quando ci si ritrova in ascensore con gli estranei. Pari pari.

 

E poi tocca a te, ti accomodi su quella poltrona scomodamente ergonomica, apri la bocca per appoggiarci quel tubicino aspira saliva e aspira quel-che-gli-pare, e non appena il saccente dottore infila i guanti in lattice per prendere specchietto e uncino, puntualmente, lo sguardo inizia a scrutare quella parete del muro che rappresenta l’orgoglio stesso e l’edonismo del medico.

 

La parete dalle mille onoreficienze: diploma di maturità, laurea in medicina e chirurgia, laurea in odontoiatria, certificato di abilitazione professionale, certificato di matrimonio, certificato di sana e robusta costituzione e altri titoli non meglio identificabili che sotto l’effetto dell’anestesia scambieresti molto facilmente per il menù del ristorante cinese take-away.

Tutto il resto lo conosciamo bene. Rumori e brividi di ogni tipo e in ogni dove, per la serie “il silenzio degli innocenti dai denti cariati”.
Forse è per questo che domani vado al cinema a vedermi SAW III.

1 commento. Fai con comodo...

  1. nello studio dove ho lavorato io famiglia cristiana non c’era :D se ci fosse stato l’avrei buttato. i diplomi in compenso erano in sala d’attesa, giusto per tranquillizzare un po’ :)

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