Appena di ritorno dal Creative Camp, ovvero il primo ed ultimo BarCamp a cui ho assistito in veste di auditore.

Dal prossimo alzerò il culo da quella sedia. Promesso.

Una esperienza come poche, impreziosita dal contrasto tra l’istituzionalità della location scelta [o forse assegnata dal Comune] e la post-modernità delle idee presentate, sempre al di là dello status di “contemporaneo”.

La fiera sarebbe dovuta partire alle ore 18.00, ma l’inizio è stato posticipato di un’ora per cause ancora non meglio note.

Il tempo necessario per ritornare in contatto e per farmi apprezzare le bellezze e le nefandezze del centro storico di Bari.

Unico borgo senza macchine della città ma in compenso pullulante di motorini truccati di ogni cilindrata, nonchè isola felice dei vecchi valori di una volta, in cui le più anziane matriarche [in taluni casi "matrone"], usano ancora allestire per strada, nelle immediate adiacenze dei loro sottani, tavolini da adibirsi unicamente per il gioco del burraco e per la rassegna della bestemmia in dialetto locale.

Suggestivo.

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VIP all’improvviso

nel senso che all’improvviso è apparso per un minuto circa Dario Vergassola. Lui ci è. Non ci fa.

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La “creatività” come topic unico di tutti gli invertenti e della sua capacità di aprire nuovi orizzonti a livello sociale, culturale, politico ed economico.

Discussioni intelligenti ed innovative, comprese quelle che sembravano mere campagne di marketing a sostegno di questa o quella organizzazione o ente promotore.

Composito il gruppo dei partecipanti:

dagli operosi organizzatori alle avvenenti e gentili hostess; dalla ragazzina disinteressata che giocava con le dita fra i capelli al più serio dei motivatori che abbia mai avuto modo di ascoltare; dal giovane creativo di turno che, lì dove non promuoveva il proprio marchio, proponeva validi metodidi crescita e sviluppo al professore d’università che con precise espressioni labio-mandibolari manifestava il suo completo disappunto.

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Mito da sfatare

ai BarCamp non vanno i Nerd.

Niente contagi. Non si rischiano malattie.

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Ritornando a bomba al titolo del post, l’ispirazione si deve ad una arzilla signora di mezza età che, alla consegna della mia scheda di partecipazione, sbirciando tra i campi compilati, esordisce pressapoco così:

“Hai scritto blog, come Beppe Grillo vero?”

in tutta risposta, il sottoscritto, titubante e a tratti infastidito, declama acidamente:

“Beh signora, Beppe Grillo non è un blog”.

Lei imperterrita, alzando le spalle: “Ai telegiornali dicono così”.

Non potevo non regalarle un sorriso di circostanza e di compiacenza.

Posted in: Educational
Settembre 29th, 2007

6 commenti per “Il blog non è Beppe Grillo”

milla dice:

buhahahuahuhauh :D Povera signora!

stefigno dice:

no, no lo è.
ma se al telegiornale dicono così…
santa Italia…
umpf…

Mauro dice:

A parte il titolo e la conclusione sullo pseudo-blog di Grillo, non distinguo l’ironia dal sarcasmo, per cui, non ho capito se l’esperienza sia stata esaltante o meno.

Mastermax dice:

Non è il primo caso del genere che sento. Questi sono i danni fatti dai giornalai (e dico giornalai perché i veri giornalisti non sono famosi). Creare panico, false notizie, nascondere o modificare la realtà. I messaggi arrivano alla massa distorti e parziali. Ormai manca solo che indicano la giornata dell’odio per essere completamente nel mondo di Orwell.

GRYPHIUS dice:

Mauro -> è stata una bella esperienza, spero di poterla rifare molto presto.

Mastermax -> Orwell è nostro padre, purtroppo solo in pochi se ne accorgono.

Angelo dice:

Dovevi farle presente che studio aperto e il tg4 non sono telegiornali.

uh... prego, fai con comodo...